La mafia è imbattibile è la bugia dei..

Giovedì 19 febbraio 2009
Istituto istruzione secondaria superiore “Majorana” - Gela -

“La mafia è imbattibile” è la bugia dei grandi!

MASSIMO SAVASTANO

1. Non posso insegnarvi a nuotare

Non vi nascondo che ho avuto paura di venire qui a Gela per parlare di mafia a chi si ritrova a viverci tutti i giorni gomito a gomito. Mi sono detto: chi è tanto folle da ingaggiare un istruttore di scii per imparare a nuotare? Ed è comprensibile che facciate anche voi lo stesso ragionamento: cosa vuole saperne di uno spaccato di Sud chi se ne sta al Nord in un’accomodante realtà di provincia?

Ma lasciatemi affondare il coltello nella piaga!

· Che c’entrano i miei sonni tranquilli con l’insonnia dell’imprenditore condotto sul lastrico dalle peggiori intimidazioni mafiose per pagare un pizzo di 1.500 euro al mese?

· O come posso parlarvi di libertà se non mi hanno mai sfiorato le catene imposte al ristoratore di Palermo che per anni ha dovuto organizzare gratuitamente banchetti nuziali o di battesimo per i familiari dei mafiosi?

· E se anche avessi letto pagine e pagine di letteratura sulla mafia, cosa posso conoscere delle ore di terrore nel cantiere dove tre individui con pistole e un bastone hanno minacciato di pestare a sangue ripetutamente gli operai se non avessero scioperato all’indomani del mancato pagamento di oltre 50.000 euro da parte del loro datore di lavoro?

Lo so, ragazzi! Io non posso insegnarvi a nuotare. E infatti sono qui per chiedere a voi di insegnarmi a stare a galla. Perché, vedete, da nord a sud il nostro Paese è messo in ginocchio dagli affari illeciti della multinazionale mafiosa e il vero problema da affrontare è l’assoluta fluidità dei confini tra ciò che è legale e ciò che non lo è, tanto a Nord quanto a Sud.

Ecco perché ho voluto scrivere nel libro, che avete avuto la bontà di leggere, che “di fronte a questo drammatico scenario, in cui ci ritroviamo tutti quanti domiciliati a cento passi dall’abitazione del boss Tano Badalamenti, dobbiamo smetterla di additare l’omertà dei cittadini meridionali quale origine della criminalità organizzata. Ognuno di noi deve responsabilizzasi e soppesare anche un solo grammo di marijuana, acquistato al Nord per poi finire nelle casse del sistema parassitario mafioso”.

La mafia non è riducibile al codice d’onore di alcune delle sue cosche ma è una mentalità che chiunque può condividere, a prescindere dalla propria regione d’appartenenza, perché la mafia non è una malformazione indotta da una modificazione del dna del Mezzogiorno. Come ha scritto Leonardo Sciascia la mafia altro non è che una borghesia parassitaria, una borghesia che non imprende ma soltanto sfrutta.

Potremmo dire, allora, che la mafia è un male della coscienza più ancora che una piaga sociale. E la mappa della coscienza non è attraversata da coordinate geografiche, perché di fronte alla coscienza non si è del sud o del nord ma si è uomini o non si è uomini. E quando non si è più uomini, è il tramonto della coscienza e l’alba di nuove mafie.

Ragazzi, oggi sono qui a dimostrarvi in modo scientifico che l’espressione “la mafia è imbattibile” è una bugia dei grandi. Ma chi la può sconfiggere, allora?

Vi rispondo subito. E lo faccio rivolgendomi a un mio alunno che, pochi giorni fa, mi ha detto che era inutile vi venissi a parlare perché questi discorsi vi sarebbero entrati da un orecchio e usciti dall’altro.

A questo alunno che ha detto la solita bugia dei grandi voglio rispondere che mi dispiace per lui che non ha la fortuna di essere qui a respirare l’aria che sto respirando io in questo momento. Una vera boccata d’aria fresca!

Voi ragazzi, e voi ragazzi di Gela più di tutti gli altri, potete sconfiggere la mafia. Questo sono venuto a imparare da voi.

Vi chiedo solo la pazienza di seguire il breve ragionamento che farò.

2. Basta complimenti alla mafia

Siatene certi – vi piaccia o no – prima o poi la mafia finirà. Chi può essere tanto ingenuo da affermare il contrario? Poco tempo fa, un giornalista ha replicato a questa mia convinzione sostenendo che la mafia è vecchia quanto il peccato originale e, quindi, chiuderà i battenti alla fine del mondo.

Stiamo pure al gioco della più clamorosa bugia dei grandi, supportandola con lo sconsolante dato di cronaca emerso dagli ultimi due Rapporti di Sos Impresa, in cui si afferma che la Mafia di fatto è una grande holding company con un fatturato complessivo di circa 130 miliardi di euro e di un utile che sfiora i 70 miliardi. Il solo ramo commerciale della criminalità mafiosa ha superato i 92 miliardi di euro, una cifra intorno al 6% del PIL nazionale, ossia pari a 5 manovre finanziarie, 8 volte il mitico “tesoretto”. E questo bilancio lo si ottiene a fronte di 1.300 reati subiti ogni giorno da commercianti e imprenditori, ossia 50 reati ogni ora e quasi uno al minuto.

È indiscutibile! La mafia è un moderno sistema dittatoriale e uno strisciante totalitarismo che si infiltra in ogni settore della società civile per snaturarlo dall’interno e renderlo patologico. Ma basta questo a convincerci che la mafia sia imbattibile?

Chi è tanto miope da non accorgersi dei cocci rimasti a terra del glorioso Impero Romano o dei secolari Assolutismi dell’Ancien Regime o dei fanatici totalitarismi del Ventesimo secolo?

Se c’è una malattia da cui dobbiamo guarire è quella di credere alla bugia di chi continua a fare i complimenti alla mafia. La mafia la si può anche definire come l’eterno vizio che l’uomo ha di dilatare i confini del proprio appezzamento di terra a scapito di quello del suo vicino, ma la dittatura mafiosa non è coeva al peccato originale. E non penso si possa far risalire l’albero genealogico nemmeno della più antica famiglia mafiosa agli uomini che non ce l’hanno fatta ad imbarcarsi sull’arca di Noè. E sebbene per la mafia si utilizzi la metafora di Gomorra, è bene ricordare che la mafia non è Gomorra!

Come avete potuto approfondire nella nota del procuratore antimafia Lucio Di Pietro, a margine del libro, la verità è un’altra. Cosa nostra sorge alla fine dell’Ottocento in Sicilia, mentre la camorra fa la sua prima comparsa in Campania nel Sedicesimo secolo. La mafia non esiste da sempre e quindi non è eterna!

Sapete perché si fa tanta fatica a sconfiggere la mafia? Perché per troppo tempo si è commesso l’errore di concentrare tutti gli sforzi su un’azione repressiva demandata a magistratura e a forze dell’ordine.

E quand’è che tutti, tutti coloro che si sentono degni del titolo di cittadini, aderiranno a una più efficace azione preventiva, un’azione educativa e culturale, ingaggiando una battaglia che utilizzi meno proiettili e più pallottole di carta? Paolo Borsellino ci ha spiegato come armarsi di pallottole di carta, allorquando affermava che la lotta alla mafia deve essere non soltanto un’opera di repressione affidata a magistrati e a forze dell’ordine ma un movimento culturale e morale che coinvolga tutti.

3. Giù la maschera

Ambo gli schieramenti di questa battaglia culturale dovrebbero avere la correttezza di combattere a viso aperto. Invece, la mafia è subdola perché fa la guerra senza dichiararla. E così i suoi rivali partono con lo svantaggio di doverla smascherare e guardarla in faccia senza più troppi complimenti.

C’è una pagina nelle Storie dello storico greco Erodoto che ci offre un’utile pallottola di carta da lanciare contro la maschera della mafia.

Periandro, tiranno di Corinto, è divorato dalla preoccupazione di diventare un temutissimo despota, proprio come il padre. Così, un giorno, invia un araldo al vecchio tiranno di Mileto, Trasibulo, per domandargli come si fa a mantenere i sudditi nella sottomissione e nel terrore. La risposta di Trasibulo è la miglior definizione di mafia. E, badate, Trasibulo non dice una sola parola all’araldo, esattamente come un mafioso che non riuscirebbe a giustificare razionalmente il proprio potere.

Trasibulo conduce l’araldo di Periandro fuori dalla città ed entrato in un campo seminato lo fa passare attraverso le messi. Qui gli chiede un’infinità di volte il motivo della sua venuta a Mileto. L’araldo gli ripete la domanda di Periandro e Trasibulo, anziché rispondere, non si stanca di chiedergli il motivo della sua venuta a Mileto e ogni volta che vede una spiga sorpassare le altre la recide e la butta via, fino a distruggere la parte più alta e più bella della messe. Attraversato tutto il campo, senza aggiungere una sola parola manda via l’araldo. L’araldo racconta il fatto a Periandro, il quale riesce a decifrare subito il messaggio in codice di Trasibulo. Per diventare un temuto tiranno, ossia un buon mafioso, non dovrà fare altro che mettere a morte i cittadini che si distinguono, che alzano troppo la testa, che non rinunciano alla loro intelligenza e non permettono ad alcuno di predare la propria libertà.

Ma possiamo dire di più. La mafia è un castello di sabbia, di bell’aspetto – riconosciamolo pure! – ma il gioco di un bambino dispettoso che si mette a lanciargli contro pallottole di carta basta a spazzar via quella reggia ovattata in cui non c’è lavoro, non c’è sicurezza, non c’è avvenire e, più di tutto, non c’è libertà.

La mafia è un edificio senza fondazioni, sprovvisto di plinti, platee o travi rovesce. I mattoni più in alto premono su quelli a cui sono appoggiati, schiacciandoli. Ma appena inizia a soffiare una lieve brezza, l’aria fresca che sto respirando io in questo momento, l’intero edificio crolla.

4. Una piantagione di tabacco

La mafia distrugge la parte più alta e più bella di noi stessi. Ci priva di umanità ingannandoci che dia da mangiare a quei cittadini a cui non pensa lo Stato. Ma questa è la frottola del secolo, perché la mafia non crea un’economia fiorente, come potrebbe sembrare, ma solo una diseconomia. L’illegalità, infatti, produce unicamente altra illegalità.

Mi si ribatta pure che la mafia dà comunque da mangiare a molti. Se è per questo, non c’è carcere in cui non si possa trovare qualcosa da mangiare. Ma nessun sistema è umano se è contro l’uomo e se pensa di poter realizzare ideali giusti utilizzando mezzi disumani.

La mafia si lascia vezzeggiare dalla qualifica di multinazionale ma delle multinazionali vere e proprie ha soltanto un utile da capogiro.

La mafia è una multinazionale del crimine, certo! Ma a queste condizioni è più appropriato definirla una piantagione in cui si sfrutta il lavoro degli schiavi e dove non c’è il benché minimo rispetto dei fondamentali diritti umani.

Meglio ancora se definiamo la mafia una piantagione di tabacco, perché la sua astuzia si può sintetizzare con una fumata di pipa.

Se una pipa può essere impugnata da una persona alla volta, è facile presumere che solo il capo clan, il cui stipendio mensile o mesata può ammontare fino a 40.000 euro, ne trarrà piacere per il proprio palato e il proprio olfatto.

La prima operazione che il capo clan deve compiere è sciogliere e caricare il tabacco al giusto grado di umidità. E come? Avvalendosi della forza di intimidazione e della condizione di assoggettamento e di omertà. Il capo clan può miscelare più tabacchi, ben predisposti a piccoli pizzichi – quelli più grandi vengono scartati e buttati via alla stregua delle spighe recise dal tiranno di Mileto –.

Il primo tipo di tabacco che la mafia compra sono tutte le persone che sfrutta, i cosiddetti picciotti: pensiamo ai pusher la cui mesata è di circa 2.000 euro per i maggiorenni e di 1.000 euro per i minorenni.

Poi c’è il tabacco di cui la mafia si appropria senza pagare, ossia tutte le persone taglieggiate dal pizzo o fiancheggiate per poi vedere la propria attività imprenditoriale rilevata dalla multinazionale del crimine.

Una volta acceso, il tabacco tende ad alzarsi e lo si deve premere bene e pareggiarlo con il pigino da pipa. Il pigino sono gli esattori del pizzo che percepiscono una mesata fino a 2.000 euro, semplicemente per schiacciare la testa alle persone malcapitate nel fornello della pipa.

A ben guadare gli esattori non sono schiavi precipitati nel fornello della pipa – è vero! –. Ma la legge della mafia è che alla fine la fuma solo chi ha in mano pipa e pigino.

Morale? Ragazzi, non schieratevi mai dalla parte della mafia perchè la mafia non dà lavoro.

La mafia è una borghesia parassitaria che sfrutta il lavoro degli altri. La mafia è un moderno totalitarismo economico che crea un forte deficit di libertà e democrazia.

La mafia non è un ufficio di collocamento che può dare lavoro ai giovani, perché il lavoro è tale solo se contribuisce a realizzare la persona integralmente. Ma che persona è chi porta a casa dei soldi e guarda in faccia un figlio dopo aver commesso i peggiori crimini? Un giovane disoccupato ha il diritto di ribattermi che è sempre meglio avere i soldi per arrivare a fine mese ma ha anche il dovere di chiedere allo Stato di non lasciarlo in questa condizione.

E allo Stato mi rivolgo come ho fatto nel libro. È giunto il momento di scrivere a Te, Stato, semplicemente per chiederti: dove sei? Hai raccolto l’appello dei tuoi cittadini, che con una mano si aggrappano a te implorando un lavoro, e con l’altra si sporgono sul precipizio che li trascinerà dritto nell’organico dell’imprenditoria criminale?

Osserviamo un attimo l’immagine di alcuni giovani che fanno il girotondo, raccontata da Martin Kundera: non sono uniti come un gruppo di soldati, dalla marcia, ma come dei fanciulli, dalla danza. Da un lato la polizia nell’unità falsa (imposta e comandata) dei ranghi, dall’altro i giovani nell’unità vera (sincera e naturale) del cerchio.

Una democrazia matura non può che reclamare giovani che possano danzare liberamente, anziché imprigionati nei ranghi dell’illegalità. Altrimenti, per usare un’immagine di Luis Sepulveda, ci circonderemo di vecchi che muoiono in piena gioventù piuttosto che di nonni mascherati da bambini. E per questi cittadini liberi non devono più esistere epiteti come il giudice antimafia o il giornalista antimafia, perché lo Stato e i cittadini che lo compongono o sono geneticamente antimafia o non sono più né Stato né cittadini.

5. In tempo per tirarsi su

Ragazzi, voi siete la brezza che spazzerà via l’edificio della mafia. Voi siete quel bambino dispettoso che lancerà le sue pallottole di carta contro il castello di sabbia.

Alla vostra età è più facile commettere degli sbagli – certo! – ma alla vostra età si è ancora capaci di arrossire e di ammettere le proprie colpe, perché la coscienza non è intontita dal tentativo di difendere la propria reputazione o dall’incapacità di ammettere un solo fallimento personale.

Io mi fido di voi, anche di coloro che magari vengono etichettati come mele marce da quei moralisti benpensanti che hanno contribuito – e non poco – a ridurli così. Io credo nelle mele marce, perché per anni ho visto ragazzi abbandonarsi a comportamenti illeciti e poi crollare davanti al coraggio di uomini come Falcone e Borsellino e di punto in bianco accorgersi che si è sempre in tempo per non lasciarsi cadere, scivolare, arrivare così in basso, fino in fondo (G. Bernanos).

È quanto mi ha insegnato l’alunno che mi ha infilato l’anello al pollice della mano sinistra riscattandomi da una schiavitù che mi impediva di schierarmi dalla parte delle mele marce.

Un giorno, mi chiede di riaccompagnarlo a casa e durante quel viaggio comprendo finalmente il paradosso della legge enunciata da Giorgio Bassani secondo cui nella vita, se uno vuol capire sul serio come stanno le cose di questo mondo, deve morire almeno una volta.

Se quel giorno ne ho sentite di tutti i colori, è perché quel ragazzo di 14 anni si è accorto di essere morto almeno una volta, scaraventato a terra dai furti commessi con la sua compagnia e dallo spaccio e consumo di droghe.

Quanto ho balbettato a lui è ciò che mi sento di farfugliare anche a voi. Non abbandonarti a questa squallida storia. La tua vita non coincide tutta con quei terribili attimi. Dentro di te c’è una forza che, come prima ti ha gettato al suolo, adesso può farti rialzare. Sei sempre in tempo per tirarti su.

Bassani direbbe semplicemente che se si deve morire almeno una volta, meglio morire da giovani, quando uno ha ancora tanto tempo davanti a sé per tirarsi su e risuscitare.

Ricordatelo sempre, ragazzi! Alla vostra età è ancora possibile il miracolo di risuscitare e ricominciare da capo.

Il giorno dopo quell’alunno mi obbliga con la forza a salire sul suo scooter anche se soffro terribilmente di vertigini. Intuisco che si aspetta che mi fidi di lui, senza porre condizioni, ad occhi chiusi, così come lui si è fidato di me.

Quando non mi sente più urlare e si accorge che non ho più paura, rallenta e torna sulla strada asfaltata. Soffia un vento freddo di febbraio, come oggi. È il vento che quel ragazzo ha fatto soffiare contro una sistema mafioso che per anni ha permesso si annidasse dentro di lui.

Un altro giovane studente, nel venirmi a confidare una cosa tremenda che non gli dava pace, mi ha insegnato che nessuno può vincere anche la più insignificante battaglia senza lasciar detonare il tritolo che ci si porta dentro.

Ragazzi, non smarrite mai dentro di voi il desiderio e la nostalgia del sogno di sconfiggere la mafia con pallottole di carta. Non spegnete mai questo sacro fuoco. Mai! Sarà solo un desiderio tanto puro a far scricchiolare l’impero mafioso. Non permettete alla bugia dei grandi che la mafia è imbattibile di far vostra la sconfitta del tanto è tutto inutile. A spingere Mattia Bergamini, un ragazzo normalissimo, a dividere dei litiganti senza preoccuparsi di rimetterci la vita, è stato questo sacro fuoco e non un’euforica improvvisazione.

Io non so dove possa condurre una battaglia silenziosa, una battaglia che parta dalle piccole scelte quotidiane anziché dalla smania di protagonismo. So però che gli eroi che hanno combattuto la mafia hanno fatto più rumore da morti che da vivi, perché non hanno cercato il successo ma hanno servito un ideale puro.

E so anche che solo quando non so dove andare so che arriverò da qualche parte, solo quando ho una meta so che non arriverò mai (M. Maggiani).

Non aspettate di diventare adulti per accorgervi che la mafia non è imbattibile, quando sarà troppo tardi e si sarà sprecata tutta l’energia in stupide attività, finché sarete voi a ripetere ai vostri figli la solita bugia dei grandi per non ammettere che avete perso la battaglia più importante, quella dentro di voi.

Prima di cedere a questa tentazione, riportate i vostri passi là dove sono morti gli eroi che hanno combattuto la mafia, gli uomini della vostra terra, e vi accorgerete che non ci sono sopravvissuti a una guerra, solo resti viventi. Dovremo andare nei campi e nelle città a raccogliere questi resti e custodirli, pregando Dio giorno e notte perché compia il miracolo di ricomporli in essere viventi (M. Maggiani).

È questo il senso più profondo delle parole di Giovanni Falcone: gli uomini passano, le idee restano, restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomin

6. Un po’ di riso fa tremare la mafia

Concludo. La peggior rivale della mafia in questa battaglia culturale di pallottole di carta la si può ravvisare nell’educazione.

Voglio dimostrarvelo con un aneddoto di cui è stato testimone il reporter polacco Kapuscinski quando fu inviato in India dalla sua redazione. Racconta che, sceso dal treno nella stazione di Calcutta, si ritrovò tra milioni di senzatetto che si trascinavano apatici per le strade. Una vecchietta che, dopo aver racimolato qualche chicco di riso dalle falde del sari, l’aveva raccolto in una scodellina, si guardava intorno alla ricerca di un po’ d’acqua e di fuoco per cuocerlo. Intorno a lei, alcuni bambini fissavano la ciotola immoti, senza una parola. Il tempo passava. I bambini non si buttavano sul riso, perché apparteneva alla vecchia e questo principio, inculcato nelle loro menti, era più forte della fame.

A riprova che l’uomo non nasce mafioso. Lo diventa! Il principio insegnato a quei bambini, più forte della fame, è ciò di cui ha veramente paura la mafia. È un principio che i padri dovranno trasmettere ai loro figli. E se non ci saranno padri ad insegnarcelo, noi dovremo impararlo lo stesso e insegnarlo a chi verrà dopo di noi, anche a costo di partire da zero.

La mafia si farà un baffo di armi che non sparano, di armi silenziose. Ma oggi più che mai l’umanità ha bisogno di un muto atto eroico, come ha scritto Sandor Marai, ossia senza strepito di armi, ma pur sempre un atto eroico come lo è ogni comportamento umano privo di egoismo.

E allora anche noi ci faremo un baffo della mafia quando scopriremo che non è nient’altro che una baudruche, un pallone gonfiato di dimensioni impressionanti. Eppure sarà grazie a un piccolo spillo e a un invisibile forellino che la mafia scoppierà.

Grazie!
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