CHACARITA di Agostino Spataro


1.. Trovandomi a Buenos Aires, m’ero messo alla ricerca di notizie, foto e cimeli di Ignacio Corsini per scrivere un articolo su “el cantor galante”, famosissimo nell’Argentina degli anni ’20 e ’30, ma sconosciuto in Sicilia dove nacque (a Troina) nel 1891.

Per completezza d’informazioni pensai di visitare la sua tomba al cimitero della Chacarita dove riposano i grandi del tango.

Questo cimitero, che Borges definì “un conventillo” di anime”, oggi è il più “popoloso” di B.A, se di popolo si può dire parlando di trapassati.

Un’immensa distesa di tombe, di cappelle, di mausolei pretenziosi che riflettono le differenze sociali, persino gli assetti di potere, che segnano la megalopoli sudamericana.

Certo, il luogo non è molto brioso, tuttavia una passeggiata per quei viali di jacaranda può essere utile anche per capire taluni aspetti della realtà dei vivi.

Inizio dal settore monumentale. Dai nomi degli involontari “residenti” si scopre che molti sono di origine italiana, soprattutto del nord Italia.

Particolare che conferma un dato storico: l’emigrazione proveniente dalle regioni del centro-nord italiano è più antica e socialmente più altolocata di quella meridionale. Insomma anche in un cimitero, a circa 15 mila km dall’Italia, si riproduce il tradizionale divario fra nord e sud.

A parte ciò, il complesso è ben tenuto, poiché tutti, poveri e ricchi, sembrano accomunati dall’idea di affidare ai sepolcri il loro desiderio d’eternità.

2.. Senza una guida non è facile orientarsi nella placida e silente immensità del Chacarita.

Chiedo ad un signore col codino notizie sulla tomba di Corsini.

“Gli artisti sono tutti lì, nell’esedra. Prima delle due ciminiere. Le vede? Guardi come fumano! In questi giorni, c’è molto lavoro ai forni. Molti chiedono di essere cremati, è più economico…oltre che più igienico. Va bene anche per noi perché siamo già saturi. Vada verso le torri e là troverà i più grandi artisti argentini. Tranne Carlos Gardel che è sepolto nel monumentale”

Nel pantheon sono riunite a circolo, come soci di un club esclusivo, le statue delle glorie del tango:

Anibal Troilo, Osvaldo Pugliese, Julio De Caro, Francisco Canaro, Roberto Firpo, ecc. Manca solo Corsini.

Le ciminiere ora sono vicine. Continuano a fumare. Sarà la suggestione, ma mi pare d’avvertire un odore strano.

Ogni accostamento con altri “forni” è improponibile, tuttavia- confesso- che quel procedimento mi richiamò alla mente il terrificante ricordo di Auschwitz.

Vagando, sotto un sole gagliardo, m’imbattei nel monumento di Carlos Gardel, collega e amico di Corsini. Nella sua caliginosa scultura bronzea Carlitos, “el zorzal criollo, si mostra altero e sorridente come vuole l’iconografia del suo tempo: bello, impomatato, elegante e parigino.

E sfortunato. Un clamoroso successo mondiale spezzato a soli 35 anni.

Ai piedi del sepolcro vidi una donna, dalla chioma nera e con una bimbetta in braccio, che sbirciava fra le tante lapidi osannanti al fascino irresistibile, alla voce inconfondibile di Gardel.

A prima vista, mi parve una di quelle questuanti che si trascinano appresso il pupo per intenerire il cuore dei passanti. Invece,era una giovane madre che allattava la figlia. Una scena umanissima che immortalai con una foto di frodo.

Per un attimo incrociai il suo sguardo pudico. Nei suoi occhi liquidi lessi come un sentimento cosmico che in tanti s’accende al solo udire il nome di Carlitos.

3.. Di Corsini, ancora, nulla. Mi volsi a cercare verso il settore delle tombe più umili, quelle interrate. Qui ogni tomba è una piccola aiuola brizzolata di fiori di fresia.

Alcune, però, sono vistosamente trascurate.

Un giardiniere, armato di cesoia e di zappetta, si stirò dritto e mi scrutò dalla testa ai piedi.

Anche a lui chiesi d’Ignacio Corsini.

Prima di rispondere volle accertarsi della mia nazionalità.

“Siete italiano, vero?”

Annuii.

Dell’alta Italia o di quella bassa”

“Siciliano, della provincia di Agrigento”- mi dichiarai senza alcuna remora.

“Ah! Allora paesani siamo! Anche la mia famiglia è venuta dalla Sicilia, dalla provincia di Catania. Permetti: Horacio Caruso”

Fatte le presentazioni, riprese.

“Ah! E’bella la Sicilia, vero? Dicono che laggiù tutti vivono bene, anche quelli che non lavorano. Ma come fanno? C’hanno la casa di proprietà. Anche due case. L’ospedale è gratis. E anche la scuola. Qui, invece…”

Ma anche in Argentina si ricomincia a star bene” risposi, appellandomi ai clamorosi incrementi del Pil annunciati dalla ministra dell’economia Felisa Josefina Miceli (originaria di Leonforte, Enna).

“Eh, paisà quella è macroeconomia, grandi cifre. Per noi del basso popolo la situazione resta molto difficile. Con i quattro soldi che guadagno qui e con i prezzi sempre in aumento, a fine mese non ci arrivo mai…Meno male che mia moglie s’arrangia ad aggiustare i capilli alle donne ” – m’interruppe, a correzione del mio ottimismo statistico.

“Questa non è l’America bona, ma l’Argentina. Terra ricca, certo, ma da sempre male amministrata. Sembra di essere in Sicilia ai tempi del feudalesimo. Non sto esagerando. L’Argentina è una specie di feudo immenso, grande sette volte l’Italia, dove trecento famiglie di ricchi fottuti si pappano tutto e al basso popolo non lasciano nulla…”

“Veramente, mi sembrava…”

“Paisà, la realtà bisogna guardare. La dura realtà. Molti di noi giungono a rinfacciare ai padri, ai nonni la colpa di essere emigrati quaggiù. Poveri erano loro e poveri siamo noi. Prendi il mio caso, quello della mia famiglia. Sono di terza generazione e non possiedo nemmeno la casa dove abito. Come mio nonno, come mio padre. Sempre in affitto. Rispetto a loro, l’unica cosa che ho acquisito è una “acca”…”

“Un’acca? Vorresti dire nulla?”

“In un certo senso sì. Paisà, solo una consonante e, per giunta, muta.”

“Scusami, ma ancora non capisco…”

“Me lo ricorda ogni tanto mio padre, così per celia, ma in fondo è l’amara verità. Per legge, si devono spagnolizzare i nomi dei figli. A me imposero quello di mio nonno Orazio e fu così che diventai Horacio. Con l’acca davanti. Ecco spiegato l’arcano. Capisci paisà: da tre generazioni in Argentina solo per acquistare un’acca…”

4.. Caso non raro fra quel 35% della popolazione di Buenos Aires d’origine italiana, derivata dal grande esodo che, fra il 1890 e il 1950, ha visto sbarcare a La Boca, a Mar del Plata, a Rosario milioni di contadini, d’artigiani.

Per primi arrivarono gli emigrati dalle regioni del centro- nord che fuggivano dalla miseria, dalle ingiustizie sociali e politiche, da guerre disastrose. Taluni per dimenticare amori impossibili.

Dunque, ricchi e poveri anche qua?” ripresi io per cambiar discorso.

Solo qua? Credo che anche lassù ( Horacio alzò gli occhi al cielo) ci sarà questa divisione”.

“Toglimi una curiosità: perché fra tante tombe ben tenute alcune sono così trascurate, addirittura incolte?”

Perché? Perché non c’è più educazione nei figli d’oggi”, rispose.

Non afferrai il nesso e rilanciai: “Scusa, ma tu sei un dipendente del cimitero, perché queste le curi e quell’ altre le trascuri ?”

“Dipendente di che! Io sono indipendente, un giardiniere indipendente. Qui le parti sono invertite: sono io che pago il cimitero per lavorare. Ce ne siamo dieci per tutto l’interrato. Ognuno ha in appalto un lotto di tombe da curare. Vedi, questo è il mio. Seicento in tutto…”

“Quindi non percepisci uno stipendio?”

“Ma quale stipendio! Vivo con le miserie che mi lasciano i parenti. Se cala il rispetto per i morti cala l’entrata per noi giardinieri. Una volta c’era più affezione e questo lavoro rendeva bene.

Oggi, tutto è cambiato. Corrono tutti come pazzi, pensano solo a comprare automobili e telefonini. Hanno dimenticato i loro morti. Queste erbacce? Sono tombe abbandonate perché nessuno mi vuol pagare.

Paisà, tu non sai quanto credito ho accumulato negli ultimi tempi. Questa tomba- per esempio- mi deve 300 pesos, quest’altra 130, quella in fondo almeno 500. Per non pagarmi non vengono a visitare i loro cari. Ma io li aspetto. Prima o poi, dovranno venire qui…vivi o morti.”

* Si ringrazia la direzione della rivista “IL GRANDEVETRO”numero 194, Pisa, febbraio/marzo 2009 per la gentile concessione a pubblicare il racconto di Agostino Spataro

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